Monte Hermada: un sensitivo segue delle tracce di un “rosso sottile” per il Gruppo78

Monte Hermada: un sensitivo segue delle tracce di un “rosso sottile” per il Gruppo78

Il video dell’artista Fabiola Faidiga “Rosso sottile”, partecipa all’operazione di arte pubblica “La città radiosa”, promossa dal Gruppo78 e curata da Maria Campitelli, ed è a supporto del progetto omonimo presentato nella mostra e che riguarda un possibile intervento sul monte Hermada in Carso, luogo di terribili carneficine nel corso della prima guerra mondiale, con tracce di strutture, fortificazioni, bunker e cavità naturali dove si riparavano i soldati. L’artista s’interroga se un luogo simile, oggi meta di suggestive passeggiate, conservi in qualche modo compenetrato nel terreno, nel paesaggio, tracce di quella immane tragedia. Cioè se il paesaggio abbia assorbito la storia e se questo sia in qualche modo avvertibile. Perciò Faidiga intende rivolgersi ad un sensitivo di provata serietà per avviare un’indagine in questa direzione. Il titolo si riferisce ad un’operazione di colore, esibita tramite delle foto, in cui l’artista ha condensato, attraverso diversi passaggi l’essenza dei colori fondamentali del paesaggio carsico in novembre, dominato dal rosso fuoco del sommaco. Sono diversi gradienti cromatici che riassumono lo spettro dei colori della stagione autunnale e che metaforicamente contengono anche il rosso sangue di cui quel paesaggio è stato intriso. Un percorso di essenzialità, di assottigliamento per giungere alla sostanza delle cose: “Un motivo sottile è principio di ogni suggestione”. Il video in particolare ci introduce oltre che nel paesaggio carsico, nel buio di uno degli anfratti militari, dove all’improvviso si apre ed esplode un caleidoscopio di colori e forme in metamorfosi incessante, metafora di quel quid, di quel mistero che forse quella terra trattiene.

Fascinosi da sempre, i “luoghi abbandonati”, siano essi strutture architettoniche fatiscenti, deposito di memorie rimosse, o spazi aperti “indecisi”, deantropizzati, privi di funzione, oggi essi suscitano nuova attenzione ed interesse, in una rilettura del territorio urbanizzato e non. All’eccesso di pianificazione, di organizzazione razionale, di invasivo costruire – sì da annullare le distanze tra città e città, riducendo campagne, boschi, prati - in sostanza alla saturazione del concetto di urbanizzazione, si contrappone una ricerca e una valorizzazione dello scarto, di ciò che si insinua tra il costruito, di ciò che rimane al margine, che nella imperante mentalità occidentale è lasciato da parte perché non produttivo. Questa tendenza opposta all’urbanizzazione è in atto ormai da tempo, portata avanti da gruppi come gli Stalker a Roma (il cui nome riconducendoci al celebre film di Tarkovskij, è tutto un programma) o, su un altro versante, quello dei territori naturali liberi intesi come rifugio delle diversità, perseguiti dal grande paesaggista Gilles Clement. Insignificanti frammenti territoriali, di cui è intessuta ogni regione, nel loro abbandono garantiscono diversità biologiche altrimenti schiacciate dal cemento. E torna utile ricordare, a questo proposito, anche il lavoro dell’artista Jef Geys “Quadra medicinale” presentato al padiglione del Belgio all’attuale 53° Biennale di Venezia che è un’indagine svolta con scientifica precisione e nel contempo con una poetica visualizzazione, sulle piante spontanee che crescono ai margini delle costruzioni in qualsiasi centro abitato.
Gli Stalker appunto parlano di “territori attuali” che costituiscono il negativo della città costruita, “luoghi del divenire inconscio dei sistemi urbani” dove “attuale” significa “diventare altro” in proiezione futura. Luoghi della trasformazione dunque, con ipotesi di ridefinizione e di rinascita tra gli anfratti di una natura non costretta, ancora indomita spesso intrecciata, in imprevedibili rapporti, con residui strutturali ormai deantropizzati.
info: www.lacittaradiosa.eu
www.gruppo78.it

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